"Cultura è quella cosa che i più ricevono, molti trasmettono e pochi hanno". È un climax discendente, quello di Karl Kraus, ma che pur celando un aperto pessimismo nel finale, nasconde un grande ottimismo se ci si ferma alla virgola. Prendiamo Pordenonelegge. 100.000 avventori in cinque giorni di rassegna, con la piccola Pordenone ("quella che dista novanta kilometri da Venezia") duplicata: ci vorrebbe coraggio a dire che i più non abbiano ricevuto almeno un po' di cultura. Certo, bisognerebbe vedere quanto abbia attecchito, quanti libri siano stati acquistati e quanti di questi si siano poi salvati dalle mensole dei "vedremo", ma intanto qualcosa si è fatto. Per la cultura, ho visto gente patire la fame, talvolta improvvisando panini durante le file; ho visto vecchie presentarsi tre ore e mezza prima dell'inizio degli incontri; ho visto gente sfidare la pioggia. E ho visto molta speranza: ho visto Mieli anelare ai nostri classici, per ricercarvi il futuro del nostro Paese; ho visto Riondino leggere il lato più umano di chi - Cavour e Garibaldi - troppo consideriamo imbalsamato nei libri di una storia d'Italia quasi solo pragmatica, e per questo distante. Ho visto moduli impregnarsi di firme.
E mentre a Friuli-Doc gli ubriachi cominciavano a popolare le strade, ho visto la piccola Pordenone godersi, una volta per tutte, un "panino con la Divina Commedia".
Dove, correndo dietro a tante fanfaluche, si disquisisce sopra i massimi sistemi, senza venirne a capo
sabato 24 settembre 2011
venerdì 2 settembre 2011
Arrivederci SuperQuark
Ogni anno è un trauma, ai primi di settembre. Specie alla luce del fatto che la vecchiaia avanza e - non me ne voglia il Divo Piero - il timore che possa non esserci una prossima edizione si fa, benché ancora minimo, sempre più acceso. Senza contare l'avvento ormai prossimo di quell'orripilante "addenta-giugulari" del Grande Fratello.
Un anno fa, con gli stessi e medesimi sentimenti di ora, dissi questo sonetto, lo quale comincia: "E come".
E come potrò più io decantare
Il brutto, il bello, il buono ed il cattivo,
senza il supporto tuo nel limitare
il rincoglionimento in quel che scrivo?
E chi mi salverà la giugulare
dalle voraci fauci del suo arrivo,
sapendoti lontano e in alto mare,
e dal ritorno rapido e tardivo?
E cosa mai farò se per disgrazia
dovessi venir meno alla missione
per qualche limite di calendario?
Io scorrerò i giorni del divario
con evidenti brivido e apprensione:
per me non chiedo nessun'altra grazia...
Un anno fa, con gli stessi e medesimi sentimenti di ora, dissi questo sonetto, lo quale comincia: "E come".
E come potrò più io decantare
Il brutto, il bello, il buono ed il cattivo,
senza il supporto tuo nel limitare
il rincoglionimento in quel che scrivo?
E chi mi salverà la giugulare
dalle voraci fauci del suo arrivo,
sapendoti lontano e in alto mare,
e dal ritorno rapido e tardivo?
E cosa mai farò se per disgrazia
dovessi venir meno alla missione
per qualche limite di calendario?
Io scorrerò i giorni del divario
con evidenti brivido e apprensione:
per me non chiedo nessun'altra grazia...
domenica 21 agosto 2011
Per chi suona il Campanile
Sono stato al bivacco Perugini venerdì 19 agosto, assieme a mio padre. Gli ottocento metri di dislivello che lo separano dal rifugio Pordenone, e che si allungano per lo più sul ripido ghiaione del rio Montanaia, valgono veramente la pena di essere fatti. Eppure la solita nota stonata non manca mai: alle pendici del Campanile, imperversavano «cocci aguzzi di bottiglia» (non quelli metaforici di Montale), e tanto all’interno quanto all’esterno del bivacco c’era un macello di pattume e disordine. Senza contare le solite cartacce e i soliti mozziconi gettati qua e là.
Non mi è stato difficile allora comprendere cosa gridasse il Campanile, con insolito e roccioso coraggio: data anche la forma, un assordante e silente «vaffanculo». Il vaffanculo della natura all’uomo.
martedì 9 agosto 2011
Un pollo - vaneggiamenti
Un pollo cinto d'una zucca vuota
vede lontan l'ontano morto, presso
la valle molto candida che adesso
suona di gioia della Sacra Rota.
Riverbera la luce ed ogni nota
alquanto lo compiace, ed il cipresso
lo incita a voler un bell'amplesso
con il muflone che in montagna nuota.
Dissolve nell'Avesta il suo pensiero,
ove le gioie del suo cuor han posto,
per ricercar nel nulla un altro impero;
ma ovunque vada vede ogni suo opposto:
vede che non c'è nulla di più nero
del fumo fetido di pollo arrosto.
vede lontan l'ontano morto, presso
la valle molto candida che adessosuona di gioia della Sacra Rota.
Riverbera la luce ed ogni nota
alquanto lo compiace, ed il cipresso
lo incita a voler un bell'amplesso
con il muflone che in montagna nuota.
Dissolve nell'Avesta il suo pensiero,
ove le gioie del suo cuor han posto,
per ricercar nel nulla un altro impero;
ma ovunque vada vede ogni suo opposto:
vede che non c'è nulla di più nero
del fumo fetido di pollo arrosto.
Guido, i' vorrei...
Novantacinque anni fa la tisi finiva uno stremato Guido Gozzano, ad appena trentadue anni. La sua voce fisica doveva ormai essere qualcosa di inascoltabile, strozzata da continui colpi di tosse; ma la sua voce poetica, troppo spesso sottovalutata, suona ancora, densa di sentimenti, come quella di chi, pur sapendo di avere i giorni contati, trova «rifugio» nella forma poetica. Una forma semplice e sperimentatrice, benché nel solco degli illustri predecessori, che non di rado assume tratti ludici e irriverenti.Così Montale scrisse di Gozzano:
Numerosi sono i componimenti a mio avviso degni di nota. A me piace ricordarlo con il finale de "La via del rifugio", del 1907, che racchiude abbondantemente l'essenza della poesia gozzaniana e della sua breve esistenza.«Colto, intrinsecamente colto se anche di non eccezionali letture, ottimo conoscitore dei suoi limiti, naturalmente dannunziano, ancor più naturalmente disgustato del dannunzianesimo, egli fu il primo dei poeti del Novecento che riuscisse (com'era necessario e come probabilmente lo fu anche dopo di lui) ad "attraversare D'Annunzio" per approdare a un territorio suo, così come, su scala maggiore, Baudelaire aveva attraversato Hugo per gettare le basi di una nuova poesia.»
«La vita? Un gioco affatto
degno di vituperio,
se si mantenga intatto
un qualche desiderio.
Un desiderio? Sto
supino sul trifoglio
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglierò.»
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